L'Etna con le sue ceneri vulcaniche - Tenuta delle Terre Nere - Feudo di Mezzo - Il Quadro delle Rose - Etna Rosso Doc 2008

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di Roberto Gatti                        

 Etna, una terra di conquista. Sono stati lungimiranti quei produttori Toscani che già da circa un decennio hanno piantato radici acquistando terre e antichi palmenti sul Vulcano, avendo capito perfettamente le potenzialità di questo nostro grande territorio. Fra questi c’è Marco De Grazia, Toscano di adozione nato a Washington.

 Il vulcano più grande d’Europa, e tra i più attivi al mondo, nei giorni scorsi ha dato spettacolo con fenomeni parossistici (fontane di lava), mettendo in evidenza come queste sue frequenti attività eruttive possono portare benefici e trasformazioni del suolo nelle quote coltivato a vite. Ad oggi, nelle aree vitivinicole del vulcano, sono state classificate 46 tipologie di suolo che si diversificano, sommariamente, per differenti proprietà dei corpi dello stesso e capacità nutrizionali per i raccolti. Anche per queste attività eruttive così frequenti, il numero di classificazioni tenderà sempre più ad aumentare. Gli ultimi parossismi si sono scaturiti dal “pit-crater” posto nel basso versante orientale del cono del Cratere di Sud-Est. Ultimo nato (5 Aprile 1971) ed è il più attivo dei quattro crateri sommitali. La Voragine e la Bocca Nuova si sono formati all’interno del Cratere Centrale rispettivamente nel 1945 e 1968; ed il Cratere di Nord- Est (1911) che è il punto più alto del vulcano, 3330 metri,s.l.m., L’Etna ricopre un’area di oltre 1100 km2.
Dalla fine degli anni ‘70 c’è stato un sostanziale incremento di attività vulcaniche. Dal 1995 al 2001 sono stati stimati circa 150 parossismi che hanno generato magma e grandi quantità di ceneri. Per la vitivinicoltura eroica che regna sulle pendici del parco dell’Etna, le ricadute di ceneri sul suolo sono una vera e propria manna! Queste, apportano nuova linfa al suolo, ed è uno dei fattore nutrizionali che imprime tipicità nelle produzioni di vino di qualità che si creano lì.

Le ceneri si formano all’interno dei crateri dove l’attività esplosiva si produce per l’espansione dei gas contenuti nel magma provocandone la frammentazione in diversi prodotti detti anche tephra o piroclastici che si diversificano per le loro dimensioni in: bombe > di 64 mm, lapilli tra 2 e 64 mm e ceneri < 2 mm. Le frazioni fini di questi materiali eruttivi sono trasportate dal vento anche a distanze considerevoli per poi precipitare al suolo per effetto gravitazionale. In base alla direzione in cui spirano i venti, questi andranno ad incrementare, come se fosse una doccia energetica di sostanze minerali, il suolo di aree o zone del comprensorio etneo e non solo, ogni volta differenti. Però le ceneri, spesso, provocano disaggi nelle aree urbanizzate, danni alle strutture, al territorio e alle specie botaniche. Nell’uomo le particelle inferiori a 10 micron possono causare irritazioni agli occhi, alla cute e alle vie respiratorie.

Pedologicamente, le precipitazioni di questi materiali eruttivi (lapilli e ceneri) porta un nuovo imprinting di tipicità territoriale nella vitivinicoltura etnea. Le formazioni di depositi “piroclastici” da caduta, possono essere anche di notevoli volumi. Questi, si vanno a depositare sopra i precedenti strati di rocce magmatiche e ceneri, in un suolo già ricco di oligominerali come: ferro, calcio, potassio, fosforo, magnesio e manganese, incrementando e rendendo il corpo dello stesso più dinamico per averlo arricchito ancora di più di nuove sostanze minerali.

Quando il magma fuoriesce dalla bocca eruttiva si raffredda e inizia a cristallizzare i vari minerali in una sequenza logica che segue un ordine ben preciso. Alle più alte temperature si cristallizzano i minerali stabili contenenti: magnesio, ferro e calcio; dopodiché si formano altri minerali che contengono: sodio, potassio e il quarzo.
Da analisi di laboratorio svolte su campioni di ceneri dell’ultimo parossismo, raccolte nelle vicinanze dei crateri sommitali ma anche a notevole distanza da questi, si evince che sono particelle juvenili dal carattere primordiale rappresentate da sideromelano (vetro di composizione Basaltica) e tachilite (vetro vulcanico di colore verde scuro, bruno o nero, di natura basica, contenente numerosi cristallini). In buona sostanza è sabbia lavica che trasferisce sensazioni organolettiche di tipicità territoriale uniche ai vini dell’Etna. Queste caratteristiche di tipicità che si riscontrano nei vini del vulcano, in effetti, non è nient’altro che quello che è alla ricerca il consumatore disponibile all’acquisto che si è ormai quasi trasformato nel consumatore consapevole e attento all’autenticità del prodotto. Questa tipologia di sabbia-lavica, così particolare nel suo genere, rende i vini del vulcano strutturati, complessi, longevi e dalle caratteristiche organolettiche-territoriali-mineral-laviche uniche.

In Italia esistono altre zone vitivinicole da territorio vulcanico che riescono a fare esprimere alle proprie produzioni di vino, caratteristiche territoriali di tipicità “similari”al nostro Etna; sono: Vulture, Campi Flegrei, Soave, Eolie, Pantelleria, ecc… Anche qui, il suolo lavico riesce a fare la differenza, regalando caratteristiche di tipicità ai vini. Però l’Etna, con le sue attività parossistiche “frequenti” che si ripetono quasi costantemente negli anni e con le emissioni di magma e ceneri che hanno proprietà chimico-fisiche spesso differenti. Perché, sommariamente, queste, si diversificano anche in funzione da quale dei condotti del vulcano risale il magma (centrale, eccentrico, laterale). In buona sintesi, il suolo dove viene coltivata la vite nelle pendici del parco dell’Etna ha una marcia in più. Il terroir Etna è come se fosse una fuori serie sempre accesa con la marcia in più già ingranata.

Sulle pendici nord del vulcano Etna a quota 650/700 metri s.l.m., nel comune di Castiglione si trova la Tenuta delle Terre Nere. Il produttore, nonché agronomo/enologo Marco De Grazia conosce molte bene le condizioni particolari che offre il terroir Etna e le caratteristiche di tipicità che si ottengono dalle uve a dimora in questo suolo. Inoltre, con l’altitudine, le escursioni termiche, ed aggiungendo gli scrupolosi lavori in vigna, in cantina, sommando anche la passione e l’amore su quello su cui ci si pone, si possono ottenere dei grandi lavori (vini). Produce in tre cru: Guardiola, Calderara e Feudo di Mezzo, vini biologici certificati.
L’Azienda fu fondata nel 2002 e nel 2004 diventa autosufficiente dopo avere realizzato la propria cantina. La superficie totale vitata è di 22 ettari. Nerello Mascalese (18.50), Nerello Cappuccio (1), Carricante (2), Inzolia e Catarratto (0.50).

Il Cru Feudo di Mezzo - Il quadro delle Rose - ha una superficie di 1.35 ettari ed una resa di 60 q. Prende il nome dalla forma pressoché quadrata dei terrazzamenti con muri di contenimento a secco in pietra lavica. Nel perimetro delle terrazze sono coltivate le rose che adornano come una cornice il “quadro” che all’interno raffigura la natura viva dei ceppi di vite. Le rose abbelliscono il cru con delle pennellate di colore, ma servono anche da indicatori di malattie fungine (oidio). Essendo più sensibili della vite. Il sistema di allevamento è il tipico alberello con il sostegno  del palo di castagno. I ceppi hanno un’età compresa fra i 45 e 75 anni. l’Azienda vanta , nel cru in Contrada Calderara, 1 ettaro di ceppi di vite di piede franco che sono stati stimati avere un’età che si aggira sui 130 anni (vigneto impiantato nel 1870), da questi si estrae un nettare di vino, il Prephylloxera.

L’Etna Rosso Doc 2008 Feudo di Mezzo il “Quadro delle Rose” è composto da Nerello Mascalese per il 98% e Nerello Cappuccio 2%. Fermentazione con macerazione sulle bucce per 10-15 giorni, malolattica e maturazione in barrique di rovere per il 30%, di cui la metà di I° passaggio (15%). Ancora, il 35% in Tonneau di 500 e 700 lt., e il restante 35% in botti di 20/30 ettolitri dell’artigiano Austriaco Franz Stockinger. Imbottigliato dopo 18 mesi senza essere filtrato. Bottiglie prodotte 8500.

Nel bicchiere si presenta rosso rubino brillante e penetrabile. Entra al naso gentile ed aggraziato per nulla impetuoso regalando un immediato ed ampio ventaglio olfattivo tipico territorial-etneo molto intrigante. Odora di rose e acqua di rose con tratti mentolati. Sprigiona ciliegia con intrecci di sensazioni mineral-laviche spinte a galla da un sottofondo marino di alghe, acciuga sotto sale con ritorni di acqua di rose. Non è ruffiano, è elegante di suo! Più sta nel bicchiere più le sensazioni olfattive escono da esso. Mi regala anche un bel sorriso . Perché esce dal bicchiere come in una magia e come se fosse il cappello a cilindro di un mago, il profumo del bucato steso al vento e al sole. Ha un delicato profumo-erbaceo di foglia di gelso, noce moscata e alloro, sfumature delicate di piacevoli sentori eterei di smalti, prugna e un po’ di caramello. Più si ascolta e più è intrigante!

In bocca si adagia come la seta aprendosi con un bel tannino di grana fine, rarefatto e al cacao. E’ lungo, costante,minerale è succulente. Viene sempre voglia di riadagiarlo sulle labbra, ma non si può fare a meno di ripassarlo sotto al naso per cercare di esplorare nuove sensazioni.
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